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ONORI
NR.4
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LO SCUDO DI ACHILLE NELLA MITOLOGIA OMERICA
di
FABRIZIA G. DE FLAVIA
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protagonisti degli antichi miti Greci erano spesso dotati di armi dai poteri Divini: Achille, il più forte e eroico guerriero Acheo dell'Iliade di Omero, non faceva eccezione a quest'usanza, infatti le armi in suo possesso gli erano state donate, per partecipare alla Guerra di Troia, dal padre Peleo Re dei Mirmidoni, il quale, a sua volta, le aveva ricevute in dono dagli Dei in occasione delle nozze con la Ninfa Teti.
Durante il decimo anno di guerra, Achille, venuto a diverbio col capo degli Achei Agamennone, decise di non prendere più parte agli scontri, facendo così crollare il morale dell'Esercito intero.
Giovan Battista Tiepolo
"La collera di Achille"
(La Dea Atena impedisce ad Achille di colpire Agamennone)
1757
Patroclo, fraterno amico di Achille, dopo essersi impossessato di nascosto della sua armatura, delle sue armi e del suo scudo, si mosse all'attacco dei Troiani.
Sua intenzione era quella di spingere di nuovo in battaglia i soldati Achei, ed infatti quando essi lo videro, scambiandolo per Achille, immediatamente lo seguirono.
Nella confusione che seguì, Patroclo venne a duello col più valoroso dei Troiani: Ettore, il quale, grazie anche all'intervento, del Dio Apollo ebbe la meglio.
Ucciso Patroclo egli si impossessò, come era usanza dell'epoca, delle armi del nemico, che in effetti erano quelle di Achille.
Nell'immenso dolore per la perdita dell'amico, Achille decise di riprendere la guerra ma dovette chiedere soccorso alla madre Teti per potersi riarmare.
Ella immediatamente si rivolse al Dio Efesto (Vulcano), sublime maestro nell'arte della fucina, che accettò di buon grado di creare nuove armi per Achille.
Giulio Romano
"Vulcano forgia le armi di Achille"
Affresco
Palazzo Ducale di Mantova
XV° Sec.
Nel Canto XVIII° dell'Iliade, Omero invece di parlarci dell'armatura, dell'elmo, della spada o della lancia come normalmente si sarebbe potuto supporre, ci meraviglia, ci spiazza, dandoci una delle descrizioni più superbe e dettagliate riguardanti le decorazioni di uno scudo seppur, non dimentichiamolo, mitologico:
(...)
e bronzo inconsumabile gettō nel fuoco, e stagno,
oro prezioso e argento; e poi
pose sul piedistallo la grande incudine, afferrò in mano
un forte maglio, con l'altra afferrò le tanaglie.
E fece per primo uno scudo grande e pesante,
ornandolo dappertutto; un orlo vi fece, lucido,
triplo, scintillante, e una tracolla d'argento.
Erano cinque le zone dello scudo, e in esso
fece molti ornamenti coi suoi sapienti pensieri.
Vi fece la terra, il cielo e il mare,
l'infaticabile sole e la luna piena,
e tutti quanti i segni che incoronano il cielo,
le Pleiadi, l'Iadi e la forza d'Orione
e l'Orsa, che chiamano col nome di Carro:
ella gira sopra se stessa e guarda Orione,
e sola non ha parte dei lavacri d'Oceano.
Vi fece poi due cittā di mortali, belle.
In una erano nozze e banchetti;
spose dai talami, sotto torce fiammanti
guidavano per la città, s'alzava molto Imeneo!,
giovani danzatori giravano, e fra di loro
flauti e cetre davano suono; le donne
dritte ammiravano, sulla sua porta ciascuna.
E v'era del popolo nella piazza raccolto: e qui una lite
sorgeva: due uomini leticavano per il compenso
d'un morto; uno gridava d'aver tutto dato,
dichiarandolo in pubblico, l'altro negava d'aver niente avuto:
entrambi ricorrevano al giudice, per aver la sentenza,
il popolo acclamava ad entrambi, di qua e di là difendendoli;
gli araldi trattenevano il popolo; i vecchi
sedevano su pietre lisce in sacro cerchio,
avevano tra mano i bastoni degli araldi voci sonore,
con questi si alzavano e sentenziavano ognuno a sua volta;
nel mezzo erano posti due talenti d'oro,
da dare a chi di loro dicesse più dritta giustizia.
L'altra città circondavano intorno due Campi d'armati,
brillando nell'armi; doppio parere piaceva fra loro,
o tutto quanto distruggere o dividere in due
la ricchezza che l'amabile città racchiudeva;
quelli però non piegavano; s'armavano per un agguato.
Il muro, le spose care e i piccoli figli
difendevano impavidi, e gli uomini che vecchiaia spossava;
gli altri andavano, Ares li conduceva e Pallade Atena,
entrambi d'oro, vesti d'oro vestivano,
belli e grandi con l'armi, come dči
visibili d'ogni parte; gli uomini eran più piccoli.
E quando arrivarono dov'era deciso l'agguato,
nel fiume, dov'era l'abbeverata di tutte le mandrie,
qui appunto si accovacciarono, chiusi nel bronzo lucente;
e v'erano un po' lontano due spie dell'esercito,
spianti quando le greggi vedessero e i bovi lunati.
Ed ecco vennero avanti, due pastori seguivano,
e si dilettavan del flauto, non sospettavano agguato.
Essi, vedendoli, corsero e presto
tagliarono fuori le mandrie dei bovi, le greggi belle
di candide pecore, e uccisero i pastori.
Ma gli altri, come udirono molto urlio in mezzo ai bovi
mentre sedevano nell'adunanza, subito sopra i cavalli
scalpitanti balzarono, li inseguirono e li raggiunsero;
e si fermarono e combatterono lungo le rive del fiume;
gli unė colpivano gli altri con l'aste di bronzo,
Lotta e Tumulto era fra loro e la Chera di morte,
che afferrava ora un vivo ferito, ora un illeso
o un morto tirava pei piedi in mezzo alla mischia.
Veste vestiva sopra le spalle, rossa di sangue umano.
E come fossero uomini vivi si mescolavano e lottavano
e trascinavano i morti nella strage reciproca.
Vi pose anche un novale molle, e un campo grasso,
largo, da tre arature; e qui molti aratori
voltando i bovi aggiogati di qua e di là, li spingevano:
e quando giungevano alla fine del Campo, a girare,
allora una coppa di vino dolcissimo in mano
poneva loro un uomo, appressandosi; e solco per solco giravano,
bramosi di arrivare alla fine del maggese profondo.
Dietro nereggiava la terra, pareva arata,
pur essendo d'oro; ed era gran meraviglia.
Vi pose ancora un terreno regale; qui mietitori
mietevano, falci taglienti avevano tra mano;
i mannelli, alcuni sul solco cadevano, fitti, per terra,
altri i legatori stringevano con legami di paglia;
v'erano tre legatori, in piedi; ma dietro
fanciulli, spigolando, portando le spighe a bracciate,
le davano continuamente.
Il re fra costoro, in silenzio,
tenendo lo scettro, stava sul solco, godendo in cuore.
Gli araldi in disparte sotto una quercia preparavano il pasto,
e ucciso un gran bue, lo imbandivano; le donne
versavano, pranzo dei mietitori, molta bianca farina.
Vi pose anche una vigna, stracarica di grappoli,
bella, d'oro; i grappoli neri pendevano:
era impalata da cima a fondo di pali d'argento;
e intorno condusse un fossato di smalto e una siepe
di stagno; un solo sentiero vi conduceva,
per cui passavano i coglitori a vendemmiare la vigna;
fanciulle e giovani, sereni pensieri nel cuore,
in canestri intrecciati portavano il dolce frutto
e in mezzo a loro un ragazzo con una cetra sonora
graziosamente sonava e cantava un bel canto
con la voce sottile; quelli battendo a tempo,
danzando, gridando e saltellando seguivano.
E vi fece una mandria di vacche corna diritte;
le vacche erano d'oro e di stagno,
muggendo dalla stalla movevano al pascolo
lungo il fiume sonante e i canneti flessibili;
pastori d'oro andavano con le vacche,
quattro, e nove cani piedi rapidi li seguivano.
Ma fra le prime vacche due spaventosi leoni
tenevano un toro muggente; e quello alto mugghiando
veniva tirato; lo ricercavano i giovani e i cani,
ma i leoni, stracciata già del gran toro la pelle,
tracannavan le viscere e il sangue nero; i pastori
li inseguivano invano, aizzando i cani veloci:
questi si ritraevano dal mordere i leoni,
ma stando molto vicino, abbaiavano e li evitavano.
E un pascolo vi fece lo Storpio glorioso,
in bella valle, grande, di pecore candide,
e stalle e chiusi e capanne col tetto.
E una danza vi ageminò lo Storpio glorioso;
simile a quella che in Cnosso vasta un tempo
Dedalo fece ad Ariadne riccioli belli.
Qui giovani e giovanette che valgono molti buoi,
danzavano, tenendosi le mani pel polso:
queste avevano veli sottili, e quelli tuniche
ben tessute vestivano, brillanti d'olio soave;
ed esse avevano belle corone, questi avevano spade
d'oro, appese a cinture d'argento;
e talvolta correvano con i piedi sapienti,
agevolmente, come la ruota ben fatta tra mano
prova il vasaio, sedendo, per vedere se corre;
altre volte correvano in file, gli unė verso gli altri.
E v'era molta folla intorno alla danza graziosa,
rapita; due acrobati intanto
dando inizio alla festa roteavano in mezzo.
Infine vi fece la gran possanza del fiume Oceano
lungo l'ultimo giro del solido scudo.
(...)
Giulio Romano
"Teti dona ad Achille le armi"
Affresco
Palazzo Ducale di Mantova
XV° Sec.
Stranamente lo scudo di Achille, nonostante una tale stimolante e precisa descrizione, non diventò mai terreno fertile per la creatività degli artisti.
Bisognò aspettare fino agli inizi del 1700 per poter vedere i versi tradotti in immagini particolareggiate.
Acquaforte di Charles Nicolas Cochin su disegno di Nicolas Vleughels.
Immagine contenuta in "Apologie d'Homere et Bouclier d'Achille" (1715) di Jean Boivin.
Nel XIII° Secolo l'esistenza stessa di Omero fu messa in dubbio dalla nuova corrente di pensiero Modernista in una cavillosa diatriba coi Tradizionalisti.
Il Professore Jean Boivin, Cattedrattico di Greco presso il Collegio Reale e Accademico di Francia, volle allora dimostrare l'assoluta ragionevolezza dello scudo di Achille dando mandato all'artista Vleughels di creare un'illustrazione da inserire nel suo testo sull'Apologia di Omero.
Tale ricostruzione rimane abbastanza fedele al testo con il suo centro dell'universo circondato da dodici scene della vita umana: tre delle città in pace, tre delle città in guerra, tre in materia di agricoltura e tre sulla vita pastorale.
Nel 1809 Quincy Quatremetre propose una nuova ricostruzione dello scudo di Achille ispirato agli antichi bassorilievi.
Le figure sono piatte, senza alcuna prospettiva o ombre e con un forte risalto del tratto grafico.
Le composizioni non sono più isolate in settori ma fanno parte di due cerchi (urbano e rurale); le situazioni sceniche sono otto (2 nel cerchio interno e 6 in quello esterno) e si susseguono senza interruzioni divise solamente da sottilissime colonne.
Nel centro è raffigurato il carro di Apollo e le costellazioni sono evocate da un cerchio di stelle dominato dal Sole.
L'Oceano posto nella parte più estrerna dello scudo precedente scompare, mentre rimangono i segni zodiacali.
Pur rimanendo le due realizzazioni grafiche più importanti, circa lo studio creativo dello scudo di Achille, ne esistono anche altre che di seguito riporto.
Data sconosciuta
1749
1769
1899
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