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UNIFORMI
NR.1a


LA CONFEZIONE MILITARE NEI DUCATI DI PARMA,
DI MODENA E NELLE LEGAZIONI PONTIFICIE
DELLE ROMAGNE
NEI SECOLI XVIII° e XIX°
SINO ALL'UNITÀ D'ITALIA

(PRIMA PARTE)
di
ERALDO ANTONINI e VINCENZA MAUGERI


ulla base della documentazione archivistica esaminata per lo specifico contesto nel quale il presente lavoro si muove, le prime notizie relative all'esistenza nell'esercito estense di abbigliamento militare probabilmente si datano al 1627, al tempo del duca Cesare I° (1597-1628) (1).
È di quell'anno un regolamento, di cui conosciamo la ristampa del 1670 - periodo della reggenza di Laura Martinozzi - dal titolo Ordini sopra la carica del Collaterale, nel quale si parla di "vestimenti militari" e si legge: "quando il Capitano dei Cavalleggeri della detta guardia avrà accettato nella compagnia un soldato, il farà condurre dal suo Foriere a Cavallo, armato con la Casacca, e lanza al Collaterale"
(2).
Notizie certe dell'esistenza di abbigliamento "regolato" fornito dallo Stato alle truppe si ricavano da una lettera, inviata dal Commissario delle Battaglie al duca di Modena Francesco III° in data 8 aprile 1686: in essa si riferisce di un processo a carico di un soldato, tal Giosiffo Rinaldi, denunciato per essersi "absentato e fuggito dal servigio coll'havere con Lui portato il Giustacore, che suole darsi a' tali Soldati"
(3).
Sempre a questo periodo risale un contratto stipulato tra la Reverenda Camera Apostolica dello Stato Pontificio ed i signori Giovanni Bottiglieri ed Andrea Boschi (15 maggio 1680) per "l'Appalto delle Pannine che devono fabbricarsi per servitio delle Soldatesche di N.o Sig.re acquartierate in Roma"
(4).
Tali documenti di fine Seicento non sono che alcuni esempi tra i tanti, dai quali già si evince la necessità all'interno dell'amministrazione di questi Stati di fornire il vestiario alle truppe.
Una necessità che si farà sempre più stringente nei decenni successivi: la confezione militare risulterà legata a varie problematiche, ad aspetti di ordine finanziario ed economico e caratterizzata da diverse fasi, che possiamo fissare in tre momenti fondamentali:
1. forniture ed approvvigionamento di materie prime;
2. produzione dell'abito finito;
3. controllo sui manufatti.

1. FORNITURE ED APPROVVIGIONAMENTI DI MATERIE PRIME

L'approvvigionamento delle stoffe da impiegarsi per gli indumenti della truppa era conseguito mediante contratti (Instrumenti), conclusi tra l'amministrazione militare ed il mercante.
Nei contratti venivano fissate con estrema precisione la quantità e la qualità delle "pezze" o "tele" - secondo il diverso uso che di tali termini se ne faceva nelle Legazioni e nei ducati - affinchè queste fossero rispondenti alle aspettative del committente al quale, oltre al colore necessario per differenziare i vari reparti dell'esercito, interessava la durata nel tempo della merce e quindi la resistenza al maltrattamento.
Ricordiamo infatti che i militari di truppa avevano in dotazione un solo abito che serviva per tutte le stagioni e per tutti gli impieghi: era dunque sostanziale stabilire norme ben precise a tutela della bontà delle stoffe che si volevano acquistare
(5).
Le stoffe da impiegarsi per il confezionamento degli abiti
(6) della truppa, ad eccezione di alcuni corpi scelti, erano di tipo più dozzinale rispetto a quelle utilizzate per l'approntamento delle uniformi degli ufficiali.
Infatti, mentre il grosso dell'esercito veniva abbigliato in conto regio, e cioè a spese dell'erario, gli ufficiali provvedevano in proprio a farsi confezionare gli abiti di servizio.
È interessante a tal proposito una serie di relazioni dell'estate 1778, indirizzate all'Ispettore Generale di Parma, sulle nuove uniformi che gli ufficiali dei vari reparti militari del ducato dovevano farsi confezionare sulla base di un gusto molto semplice, e quindi poco dispendioso, che Don Ferdinando aveva recentemente imposto.
Oltre a dare disposizioni sui nuovi particolari ed ornamenti, il tutto conformi ai campioni approvati dal duca, si stabilivano anche i termini entro i quali tutti gli ufficiali avrebbero dovuto adeguarsi per non incorrere, si sottolinea, alla poco onorevole situazione di vederne alcuni con l'uniforme nuova, ed altri con quella caduta in disuso
(7).
Al mercante a cui si affidava l'appalto veniva generalmente sottoposto un campione, detto "mostra", che serviva generalmente per la qualità ed il colore dell'intera fornitura
(8).
La scelta della porzione di panno da utilizzare come modello veniva eseguita con particolare cura e secondo procedure ben precise, come dalla lettera che il 26 febbraio 1766 il Segretario di Guerra Fabrizi indirizzava al duca di Modena: "Dall'Impresa del Vestiario sono state presentate alcune pezze di Panno di colore belu e giallo, e di saja pur gialla, il tutto di questa Fabbrica di Modena pel nuovo Uniforme delle Guardie del Corpo, precedentemente ordinato da V.A.S., come vi è stato supposto. E fattone in pieno Magistrato la scelta delle migliori qualità e giudizio di un Mercante e di un Sartore de' più accreditati, si è approvata la scelta medesima, coll'essere state sigillate quelle pezze che devono servire da Campione"
(9).
All'atto del controllo del materiale fornito era in realtà la "mostra" che faceva fede ed il committente poteva avvalersene, in caso di irregolarità e di contestazioni, per non accettare la partita di merce e per pagarla ad un prezzo inferiore a quello pattuito.
Quanto ai luoghi di approvvigionamento delle stoffe o di capi di abbigliamento già preconfezionati, assai di frequente e per molto tempo ci si affidava a mercanti stranieri che, a loro volta, si rifornivano sui mercati di Francia, Olanda, Inghilterra, ove solitamente si potevano acquistare stoffe di qualità superiore a quelle prodotte in loco.
Così l'esercito estense, per un lungo periodo, fu rifornito dal mercante viennese Matteo Wess, che rimase ufficialmente Impresario del Vestiario fino al 1761: già nel febbraio 1758 il Wess aveva consegnato nei magazzini ducali tutti gli "articoli componenti il Vestiario del Reggimento della Garfagnana e di quello dei Dragoni" e della truppa stanziata in quegli anni nella Lombardia austriaca, forniture per le quali Francesco III° aveva stabilito un pagamento a scadenze prefissate per non estinguere troppo rapidamente le esigue risorse della cassa militare
(10).
In particolar modo, l'uso di stoffe di maggior qualità per la confezione di abiti militari in conto regio era riservato a reparti di prestigio, che più che combattere, assolvevano a funzioni di rappresentanza: è il caso della Guardia del Corpo di Francesco III°, che veniva approvvigionata dai mercanti lionesi Febure e Chaix
(11).
Per il ducato di Parma vogliamo qui ricordare un primo contratto del 1752 tra la Regia Azienda ed il mercante Pietro Francesco Zanatta per la fornitura di 416 vestiti di soldati semplici del Reggimento di Parma, ed un altro contratto del 1746 col mercante Ercole Pelleri, relativo al vestiario del Reggimento di Piacenza.
In entrambi i casi non si trattava di stoffe, ma bensì di abbigliamenti completi - dalle camicie di tela di lino, alle casacche e alle giubbe in panno, ai braghini di tela o di fustagno, fino alle calze e agli stivali - abbigliamenti sempre e comunque conformi a campioni precedentemente approvati
(12).
Da un carteggio del 1763 tra l'amministrazione militare di Parma ed il mediatore Baldassarre Martelli, traspaiono alcune difficoltà, anche di ordine economico, per il rifornimento delle truppe.
Da un lato si fa richiesta di mostre alla fabbrica di panni di Modena, dall'altra ad una fabbrica in Toscana: ma il Martelli, nel trasmettere i campioni, riferisce che Modena non potrà far fronte alle richieste, in quanto "affollata", mentre sulla fabbrica toscana esprime un giudizio negativo sia sulla qualità del panno e sia sulla proposta, nè convincente, nè economica, di tingere in blu una partita di panno bianco già pronta.
Il Martelli suggerisce invece, dando informazioni dettagliate, di riferirsi alle più accreditate fabbriche di Leida, di Aquisgrana, di Amburgo, di Londra, affidando gli appalti ai mercanti genovesi
(13).
Le forniture di tessuti, e non solo quelli ad uso militare, comportavano dunque per questi piccoli Stati un dispendio sia in termini economico-finanziari, che di tempo e di energie.
Ed anche in considerazione di questi aspetti, dalla seconda metà del Settecento si manifestò l'impegno dei governanti nel promuovere un regime protezionistico, favorendo all'interno dei propri territori attività industriali e di commercio
(14).
Ed in tal senso già dal 1740 a Roma l'Ospizio Apostolico di San Michele in Ripa incrementò la produzione di panni rossi e turchini ad uso delle uniformi della guardia pontificia e sempre il San Michele ottenne, nel secolo successivo, la privativa per la fornitura di stoffe per tutto l'esercito delle Legazioni
(15).
Nel ducato di Modena fu Francesco III° a sostenere l'iniziativa di Giovan Battista Marchisio di impiantare una fabbrica di panni, con l'intento manifesto di reintrodurre nel ducato la produzione di stoffe
(16).
L'iniziativa statale di dare avvio alla nuova attività imprenditoriale voleva da una parte soddisfare il mercato dei territori estensi e dall'altra intendeva provvedere al vestiario dell'esercito ducale.
L'istituzione a Modena della fabbrica "sotto gli auspici e padrocinio di Sua Altezza Serenissima" fu stabilita dal chirografo dell'1 luglio 1761, col quale il duca concedeva al Marchisio una duplice privativa dei tessuti di lana per tutto lo Stato:
(17) l'una della durata di 20 anni, riguardava la produzione di stoffe destinate al mercato civile; (18) l'altra privativa, della durata di 10 anni e successivamente rinnovata per altri 5, riguardava la convenzione in base alla quale il panno delle "monture" delle truppe e delle livree di Corte doveva essere interamente fornito dalla nuova fabbrica, non appena fosse scaduto il contratto in vigore col viennese Matteo Wess (19).
L'intento è palese, una chiara scelta di politica economica volta a privilegiare e sostenere il mercato nei propri domini
(20).
In seguito, per permettere la continuità dell'attività della fabbrica, Francesco III° nel 1775 conferma e concede per altri 12 anni la privativa per le forniture militari ai figli del Marchisio
(21).
A Parma, il ministro Du Tillot nei suoi ampi progetti di far rifiorire ogni sorta di arte tessile, non aveva omesso quella laniera, così florida durante il Medioevo fino ai Farnese, e poi decaduta all'inizio del periodo borbonico.
Gli sforzi del ministro nel favorire l'allevamento ovino facevano appunto parte del suo programma di rinascita dell'industria della lana
(22).
Nel 1767, con decreto, il Du Tillot concedeva una sovvenzione al mercante piacentino Giorgio Maria della Cella, già impegnato nella fabbrica di panni fini di Piacenza, e lo sollecitava ad impiantarne un'altra simile che producesse panni fini, simili a quelli di Lodéve, ad uso delle milizie.
Al della Cella viene affiancato come amministratore Guglielmo Rouby de Cals, che già in precedenza aveva cercato capitali per creare nel ducato una simile attività manifatturiera.
Sebbene il della Cella riuscisse a presentare in breve tempo al ministro come campione tre pezze di panno bianco quasi uguali a quello di Lodéve, in seguito a dissapori col Rouby, cadde in disgrazia presso il Du Tillot, che si trovò invece ad incoraggiare lo stesso Rouby a presentare un progetto per una fabbrica di panni in Borgo San Donnino (l'attuale Fidenza)
(23).
Fu dunque stipulato il contratto tra il Rouby e due soci, ottenendo dal governo numerosi privilegi, concessioni ed esenzioni
(24).
La manifattura di San Donnino, concepita sostanzialmente per le forniture militari e di corte, mostrò tuttavia ben presto le sue carenze
(25).
I problemi erano da ricercarsi nelle materie piuttosto scarse, nei costi di produzione troppo elevati, nei capitali che, nel loro volume complessivo, si continuavano ad impegnare più nella terra che nelle arti, più nella economia agricola che in quella di fabbrica
(26).
Non è: senza rilievo che ancora nel 1764 fossero giacenti presso il Reale Magazzino di Parma e nella case del sarto Antonio Pellizza una partita di diverse qualità di panno blu, bianco e scarlatto di Lodéve, Tricots, Chamois, Canurgo scarlatto, Ratin de Crest bianco e blu per abiti da soldato, importato da una grande fabbrica francese
(27).
Il sistema di approvvigionamento per le uniformi militari mantenne anche nella prima parte dell'Ottocento le stesse modalità del secolo precedente, e per i ducati in esame risultano numerosi i contratti con i quali íl Comando Generale stabiliva appalti e commissioni
(28).
Nel 1849 salì al trono di Parma Carlo III° di Borbone, figura ancora oggi molto discussa, che promosse lo sviluppo e la modernizzazione delle piccole forze armate ducali tramite provvedimenti interessanti ed originali
(29).
In genere i materiali in dotazione in quest'epoca alle truppe parmensi era soddisfacente ed il vestiario, in specie, risultava molto curato.
Come di consueto le stoffe venivano importate, fin quando, nel 1850, venne concluso un contratto di sei anni tra il governo borbonico e Carlo Rossi, imprenditore parmigiano, proprietario della "fabbrica di pantaloni eretta nel così detto locale dei mulini bassi in vicinanza di Parma"
(30).
Carlo Rossi, oltre ad assumersi il compito di fornire íl panno misto blu necessario per cappotti e calzoni, si impegnò, grazie alle forti commesse, anche ad aumentare le macchine a vapore della sua fabbrica.
L'attività industriale del Rossi si incrementò ben presto e certamente dovette sortire a risultati assai soddisfacenti se sul finire del 1850 fu accettata la sua offerta di fornire anche il panno bianco per farsetti e cappotti delle truppe di linea e del Real Corpo della Gendarmeria
(31).
Segnaliamo infine che nelle Legazioni pontificie ancora nei primi decenni dell'Ottocento si provvedesse alle forniture di stoffe ad usum militari procurate da una parte tramite pubblicazioni di bandi (Notificazioni), dall'altra rivolgendosi direttamente all'Ospizio di San Michele nel quale, come già accennato, era stata impiantata una fabbrica di panni per le milizie pontificie.
Grazie ai privilegi concessi direttamente dai pontefici e alla rendita di alcuni pubblici dazi, il lanificio di San Michele poteva contare nel 1848 su circa 850 lavoranti e produrre annualmente 3000 canne di drappi di diverse qualità e colori, che smerciava non solo alle milizie e ai palazzi pontifici, ma anche ai privati attratti dalla bontà dei manufatti
(32).

Note:
(1) Una sorta di abito uniforme lo si può già ritrovare nell'esercito spagnolo sulla fine del Cinquecento, in una fase in cui si iniziarono a distribuire, a spese dello Stato, indumenti alle truppe assoldate. L'acquisto di grosse partite di tessuto da parte del sovrano proprietario dell'esercito e la necessità di dover confezionare in tempi brevi capi d'abbigliamento per il grosso dell'esercito, portò alla definizione di un modello unico. Allo stato attuale delle conoscenze, tuttavia, non è ancora dato stabilire se l'introduzione dell'abito uniforme in senso stretto sia da accreditarsi a Gustavo Adolfo di Svezia (1611-1632) o a Luigi XIV°, il quale del resto costituì un modello di riferimento per gli altri stati continentali sia in termini di abbigliamento che di organizzazione militare.
(2) Modena, Archivio di Stato (d'ora in poi ASMo), Archivio Militare Estense, b. 222, "Ordini e Capitoli". Un documento, rintracciato purtroppo solo dopo la presentazione della relazione, attesta per l'esercito estense la presenza di uniformità nell'abbigliamento militare già sulla fine del Cinquecento (ASMo, Ordini e Capitoli, b. 222, "Capitoli, ordini, privilegi concessi da serenissimi antecessori [...] 26 gennaio 1596").
(3) ASMo, Archivio Militare Estense, b. 95.
(4) In tale contratto i detti appaltatori si impegnavano a fornire "pezze 12 di canne 15 l'una di panno di Subiaco di color turchino cupo di guado tinto di lana di palmi 5 ben battuto e ben bagnato". In Roma, Archivio di Stato (d'ora in poi ASRoma), Soldatesche e Galere, b. 590. Vogliamo qui ringraziare Piero Crociani e Giancarlo Boeri che, nel corso delle nostre ricerche, ci hanno fornito preziose informazioni per il reperimento delle fonti documentarie presso l'Archivio di Stato di Roma.
(5) Così si ricava da un contratto sottoscritto l'11 luglio 1680 da Antonio Giorgio da Tremonti, mercante di lana in Roma, il quale si impegnava di fornire "per tutto il mese di settembre prossimo a venire pezze undici di Panno color turchino cupo conforme alla mostra inserita in altro Instrumento [...] di lana tesa ben bagnata e ben battuta e non tirato, et tinto di guado d'altezza palmi 5 e di tirata per ciascheduna pezza di canne diciassette di buona qualità". O dal contratto del 10 ottobre 1691 nel quale "Sig.ri Fabiani et Angelini Mercanti di Gubbio, pezze 43 1/2 panno torchino per vestiario dei soldati del presidio di Ferrara". O ancora in data 7 settembre 1714 "si sono ricevute balle 17 di panni rossi e bianchi venuti dalla Pergola [...] che servono pel vestiario dei Soldati del Presidio della Città, Fortezza e Torri di Ferrara". Ed infine il contratto del 2 gennaio 1750 "canne 174 panno bianco forte trasmesso in Fort'Urbano dall'Ospizio di S. Michele per una rata del vestiario, compreso in detta quantità li palmi 18 1/2 di panno suddetto già consegnato per fare due abiti che devono servire per campione". Tutti questi documenti in ASRoma, Soldatesche e Galere, b. 590.
(6) Talvolta le forniture del tessuto per foderare le uniformi erano a se stanti come da due documenti, riferiti allo Stato Pontificio, l'uno del 17 marzo 1689, l'altro del 1714, nei quali si fa riferimento alle saie per le fodere dei giustacuori e si richiede in particolare una qualità simile alla saia francese. ASRoma, Soldatesche e Galere, b. 590.
(7) Parma, Archivio di Stato (d'ora in poi ASPr), Raccolta Storica, mazzo 19, con riferimento alle date in quanto manca la numerazione dei fogli; i documenti in oggetto si riferiscono al maggio-luglio 1778. Datata 23 febbraio 1778 una nota con la quale si rileva la necessità per il Regio Ducale Ufficio di 47 campioni, simili a quelli già approvati dal duca, "da dispensarsi alli rispettivi uffiziali di tutte le Milizie appiedi [...] affinchè possano provvedersi gli Uniformi corrispondenti in tutto alla Suprema Reale approvazione senza variarli nella menoma parte".
(8) "Si facciano dei campioni per provvedere al Reggimento Dragoni calzoni di pelle da cavallo", ordinava da Milano Francesco III° (18 marzo 1757): ASMo, Archivi Militari Estensi, b. 108, "Ordini di S.A.S. in Milano da 23 aprile 1755 a 10 agosto 1763".
(9) ASMo, Archivio Militare Estense, b. 94.
(10) ASMo, Archivio Militare Estense, b. 103.
(11) ASMo, Archivio Militare Estense, b. 108, M-1. Ecco dunque un ordine del duca del 24 gennaio 1756, che definisce la "Rinnovazione del Contratto del Vestiario della Guardia simile a quello stabilito con Li Mercanti di Lione"; o quello del 18 marzo 1757 "e che si faccia venire da Vienna una completa fornitura di Guanti per uso della Cavalleria di setto Reggimento (Dragoni)". In ASMo, Archivi Militari Estensi, b. 108, "Ordini di S.A.S.", cit.
(12) ASPr, Fondo Du Tillot, b. 55, M-76 e M-99.
(13) ASPr, Fondo Du Tillot, b. 55, M-88.
(14) Sull'argomento cfr. L. SORIVIANI MORETTI, Dall'industria agricola, manifatturiera e commerciale nel ducato di Modena, in Studi e Proposte, Milano 1858; G. TONONI, Stato delle arti e industrie e del commercio in Piacenza (1765-1766), in "Strenna Piacentina" XXII, 1896, pp. 23-48; U. BENASSI, Guglielmo Du Tillot. Un ministro riformatore del sec. XVIII, in "Archivio Storico delle Provincie Parmensi" ("ASPP") 1922, pp. 191-272 e 1923, pp. 1-32; L. MARINI, Lo Stato estense, Torino 1987, pp. 123-131.
(15) V. ILARI, L'esercito pontificio nel XVIII sec. fino alle riforme del 1792-93, in "Studi storico-militari" 1985, pp. 555-664.
(16) Una attività questa del resto già fiorente nel passato se ancora la cronaca SoLIMURATORI (Ms. conservato presso la Biblioteca Estense di Modena, filza 40, fase. 2) ricorda la presenza nel 1702 di "cinque fabbriche di panno, quattro di Damasco, e altre robe di seta, sei filatogli [...] più di trenta botteghe di pannina".
(17) ASMo, Archivio per materie. Arti e mestieri, b. 27, fasc. "Fabbriche di panni di Modena, documenti dal 1761 al 1766". Inoltre cfr. F. Valenti (a cura di), Artigianato e oggetti di artigianato a Modena dal 1650 al 1800, Modena 1986, pp. 27-31. Nel chirografo non si manca tra l'altro di sottolineare come "fra le arti e manifatture da noi promosse ne' Nostri Stati c'è stato sommamente a cuore di farvi risorgere la Fabbrica dei Panni, la quale altre volte essendosi fiorita con credito è stata dismessa ad onta della qualità, ed abbondanza delle lane, che forniscono opportunamente i nostri Dominj".
(18) La privativa ventennale era valida per tutti i territori del ducato, fatta salva la "fabbrica dei panni bigi o Bigelli" confezionati nella montagna, ad uso dei contadini e dei pastori. Essa comportava diversi privilegi, tra i quali l'esenzione dai pagamenti di dazi e gabelle o il diritto di far venire mano d'opera esterna. In ASMo, Archivio per materie. Arti e mestieri, b. 27, cit.
(19) Sottolineava infatti il duca: "Finalmente al fine di assicurare per parte Nostra in quanto sia possibile lo smaltimento dei Panni che si andranno di tempo in tempo fabbricando, vogliamo che il Vestiario di tutte le Nostre Truppe, compresavi anche la Guardia del Corpo, come pure le livree per uso della nostra Corte, si faccia co' panni di d.a. fabbrica". In ASMo, Archivio per materie. Arti e mestieri, b. 27 cit.; inoltre in questa busta è contenuto il "Regolamento per la fabbrica de' panni nuovamente eretta a Modena ecc,", del 1763, a cui rimandiamo per le circostanziate notizie sulle regolamentazioni dei procedimenti tecnici e sulla assai complessa struttura dell'azienda.
(20) L'atteggiamento di protezionismo economico è ancora confermato da altri significativi documenti: il duca ordina ai mercanti di Modena e delle altre città del ducato di rilevare un quantitativo di "panno fino nero" di "Flanella sì fine, che ordinario" sufficiente per il consumo di un anno, allo scopo di accertare se la fabbrica potesse coprire il fabbisogno di tutto lo Stato o di una sola parte di esso, emanando nel contempo ordinanze e gride che proibivano l'importazione dall'esterno di ogni sorta di stoffe. In ASMo, Archivio per materie. Arti e mestieri, b. 27-29: Grida del 2 aprile 1765; Notificazione 25 gennaio 1766.
(21) ASMo, Archivio per materie. Arti e mestieri, b. 27, fasc. "Fabbriche di panni in Modena, documenti dal 1772 al 1787".
(22) ASPr, Fondo Du Tillot, C-43; cfr. inoltre U. BENASSI, 1922, pp. 251-253.
(23) ASPr, Fondo Du Tillot, S-29: è il memoriale del 1771 di Giorgio Maria della Cella contro Du Tillot, nel quale ricorda il dono di 200 zecchini ottenuto dopo la presentazione al ministro di tre pezze di panno.
(24) ASPr, Fondo Du Tillot, P-186 bis, "Capitolo per l'instituzíone d'una Fabbrica di Panni da stabilirsi in Borgo S. Donnino ne' Stati di S.A.R. Infante D.^ Ferdinando".
(25) Nel 1770 il marchese Calcagnini, colonnello del reggimento delle guardie, si lamentava della qualità del panno fornito alle truppe. E sebbene nel 1771 le pezze per la reale guardaroba fossero accettate per due terzi come conformi al campione, alla fabbrica venne meno l'appoggio governativo e dovette cessare la produzione, il tutto conseguente alla destituzione del Du Tillot della sua carica (1771). E così nella disgrazia il Rouby lamentava che "non si può negare che la Fabbrica fosse vicina a produrre de' panni mercantili [...] e col tempo essa poteva andare a gara con quella di Modena che in oggi fiorisce perché è protetta e sostenuta dal governo". In ASPr, Fondo Du Tillot, C-46, "Fabbrica di panni in Borgo S. Donnino (1769-73)".
(26) Per un maggiore approfondimento della situazione economica del periodo all'interno del ducato di Parma e Piacenza si rilevano interessanti le considerazioni di un anonimo piacentino (ASPr, Fondo Du Tillot, P-150) riguardo le fabbriche allora in attività, le quali, a suo giudizio, nonostante le intenzioni e gli sforzi del Du Tillot, riuscivano di vantaggio solo per qualche privato e non producevano per l'interesse generale.
(27) ASPr, Fondo Du Tillot, b. 54, M-71; inoltre cfr. C. Fanti, Le botteghe dell'abbigliamento, in Arti e mestieri a Parma, Parma 1987.
(28) Citiamo la documentazione del novembre-dicembre 1837 relativa alla fornitura di 37 cappotti della banda musicale della divisione di linea delle truppe parmensi: si chiedono i campioni del panno marengo e cilestro, della tela grezza e del gallone d'oro prima a tre negozianti di Parma, poi ad un tal Ghirardelli di Gandino e ad un altro commerciante di Piacenza, già fornitori del corpo dei Dragoni ducali (in ASPr, Raccolta Storica, mazzo 19). Vengono fatte stime e preventivi dei costi, anche in base al bilancio della divisione, non omettendo peraltro la fattura del sarto. Le valutazioni, estremamente curate, venivano sottoposte al giudizio del conte Bombelly, Ispettore Generale delle Cose militari e Gran Maggiordomo Maggiore della corte di Carlo II°. Quanto alle iniziative imprenditoriali troviamo ancora una volta il Rouby presentare nel 1803 al governo napoleonico il progetto di una manifattura di drappi da realizzarsi negli stati di Parma, Piacenza e Guastalla: in ASPr, Raccolta Storica, mazzo 19, "Memoire sur l'etablissement d'une manifacture de draps", 1803.
(29) Per la figura di Carlo III° e per i suoi interessi in campo militare si rimanda al volume di M. ZANNONI, M. FIORENTINO, Le reali truppe parmensi, Parma 1984, pp. 13 e sgg. e alla bibliografia in esso contenuta.
(30) ASPr, Amministrazione Militare, b. 25; inoltre cfr. G. MICI-IELI, Le corporazioni parmensi d'arte e mestieri, in "ASPP" V, 1896, p. 88; M. ZANNONI, M. FIORENTINO, 1984, p. 26.
(31) ASPr, Amministrazione Militare, b. 25, contratto del 6 giugno 1850.
(32) Cfr. G. MORONI, Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica, vol. 50, Venezia 1848, al quale si rimanda per le notizie relative all'organizzazione della fabbrica di San Michele in Ripa.

FINE PRIMA PARTE

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