|
TORNA A
|
UNIFORMI
NR.1b
|
LA CONFEZIONE MILITARE NEI DUCATI DI PARMA,
DI MODENA E NELLE LEGAZIONI PONTIFICIE
DELLE ROMAGNE
NEI SECOLI XVIII° e XIX°
SINO ALL'UNITÀ D'ITALIA
(SECONDA PARTE)
di
ERALDO ANTONINI e VINCENZA MAUGERI
|
|
Nota: per visionare direttamente la prima parte di questo articolo clicca qui.
2. PRODUZIONE DELL'ABITO FINITO
La procedura di approvvigionamento delle materie prime prevedeva dunque il passaggio attraverso diverse figure professionali, indipendenti tra loro, ma accomunate dal fatto di dover servire un unico committente.
Questa moltiplicità di parti contraenti rimane peculiare, almeno per í territori qui considerati, anche per la successiva fase del confezionamento.
In generale, le pezze dei tessuti venivano affidate ad un impresario che provvedeva alla fattura delle uniformi, facendone eseguire il taglio e la "cuscitura".
Relativamente all'esercito pontificio delle Legazioni si sono esaminate le note con le quali si informava della consegna di alcune partite di panno da parte del fabbricante Agostino Lucci, talvolta a Giuseppe Vitta, ebreo di Pesaro appaltatore del nuovo vestiario per il presidio di Forte Urbano; oppure al sarto Domenico Mattioli, sempre per le "monture" delle truppe di questo presidio (33).
La Reverenda Camera Apostolica era solita rivolgersi ad appaltatori diversi, anche di zone geograficamente lontane da quelle di utilizzo, mentre spesso affidava il confezionamento a sarti reclutati sulle piazze più prossime ai luoghi in cui le truppe erano impegnate.
Una analoga situazione è riscontrabile anche per le milizie estensi che, come già ricordato, venivano rifornite sotto Francesco III° principalmente dall'impresario ebreo Sacerdoti e successivamente dal viennese Matteo Wess, ma anche da altri impresari scelti in base alle diverse esigenze e convenienze (34).
Consegnati poi ai sarti i materiali, questi provvedevano a confezionare un capo, avendo comunque preventivamente preso le misure di chi l'avrebbe indossato (35).
È pur vero che i casi in cui si fa esplicito riferimento al sarto che interveniva per prendere le misure dei singoli, si limitano quasi esclusivamente a capi di vestiario destinati a reparti d'élite, quale era quello delle Guardie del Corpo del duca Francesco III°.
Per il resto dell'esercito, ed in specie nel corso di eventi bellici, il confezionamento degli abiti rientrava più probabilmente in canoni che possono prefigurare una sorta di abbigliamento pronto, con uniformi cioè tagliate e cucite sulla base di due o tre misure standard.
A tale ipotesi vengono in soccorso alcuni documenti che attestano situazioni nelle quali gli stessi funzionari ducali si occuparono direttamente sia dell'approvvigionamento delle stoffe, sia dell'assunzione di sarti che le lavorassero.
E così, ad esempio, nel corso della primavera del 1746 le truppe estensi, dislocate in Toscana, necessitarono di materiali militari: fu incaricato tale Berardi di Genova di inviare, tra l'altro, stoffe per abiti.
Nel mentre in Castelnuovo in Garfagnana si sarebbero approntati "40 e più sartori per cominciare subito a travagliare" ed il Commissario Benvenuti propose "al Col.o di passare a Lucca per commettere anche colà all'arrivo di tal mercanzia la formazione di almeno 200 abiti, acciocchè travagliando colà, e qui possiamo avere l'intento il più presto possibile" (36).
È di rilievo dunque che si fosse ingaggiato un così grande numero di sarti anche per l'urgenza di portare a compimento il confezionamento degli abiti: aspetti che fanno pensare ad una lavorazione a catena, con sarti che tagliavano e cucivano senza adattare l'uniforme a chi l'avrebbe poi indossata.
Nell'Ottocento e limitatamente al ducato di Modena, l'esercito divenne numericamente esiguo ed è chiaramente documentato il ricorso alla confezione su misura per gli abiti di truppa, senza differenziazioni tra reparti di rappresentanza e reparti operativi (37).
In questo periodo invalse inoltre l'uso da parte dell'Economato Militare estense di reperire personale nei ranghi dell'esercito stesso, per creare una "Sartoria Militare": si cercava evidentemente di contenere quanto più possibile le spese in tema di vestiario, utilizzando al meglio le risorse interne dell'esercito ed evitando quindi di ricorrere di continuo ad apporti esterni molto più dispendiosi (38).
La sartoria, organizzata in "capi sartori" e "sartori", e inizialmente collocata in un seminario in disuso a Modena, iniziò prontamente il confezionamento degli abiti impiegando le stoffe provenienti dalla già ricordata fabbrica dei panni, che sorgeva nelle immediate vicinanze della città (39).
Dai documenti settecenteschi esaminati per il ducato di Parma, poche sono le notizie che si ricavano per lo specifico aspetto della confezione.
Oltre che a singoli sarti, come il già citato Antonio Pellizza, al servizio della Real Casa si trovavano anche ricamatori esperti, appartenenti a quell'artigianato di lusso, le cui fonti principali di committenza erano rappresentate dalla Chiesa e dalla Corte.
Sulla metà del Settecento era attivo un tal Francesco Genocchi, che coadiuvato da due operai, aveva lavorato sei giorni per ricamare gli occhielli dei bottoni dell'uniforme del conte Trigoni (40).
È di certo un caso limitato, riferito a quella ristretta cerchia degli ufficiali che ponevano nella raffinatezza e nella cura dell'abito un ulteriore segno distintivo del loro grado.
L'approntamento delle truppe borboniche era più in generale affidato a piccoli laboratori artigianali, che potevano contare sulla manodopera di alcuni operai.
Tuttavia l'organizzazione di queste sartorie non era sempre in grado di sostenere grosse commesse.
E così il laboratorio di cui era titolare il già menzionato Genocchi, sebbene avesse portato a termine in precedenza nella Reale Guardia Mobile la lavorazione degli addobbi e delle bandiere del reggimento, non riuscì, nel 1760, a far fronte alla consegna nei tempi stabiliti di una commessa di uniformi e della bandiera "della Colonnella" (41).
Nell'Ottocento, in virtù delle innovazioni e degli ammodernamenti voluti da Carlo III°, nell'impostazione generale delle milizie parmensi, gli aspetti qui in esame risultano con una loro maggiore organicità.
All'interno della struttura militare venne organizzata la compagnia operai dell'amministrazione del vestiario.
Collocata nella caserma di Sant'Ulderico, essa ricopriva un ruolo di particolare importanza agli occhi del duca, in quanto preposta al confezionamento delle uniformi, alle quali, come è noto, Carlo III° dedicava studio ed attenzione.
L'unità venne costituita (1849) con una forza di 12 uomini e poi incrementata fino ad un massimo di 93 uomini (1853).
La compagnia si divideva in due sezioni: la prima composta da sarti addetti al confezionamento e al mantenimento delle divise; la seconda formata da calzolai che si occupavano delle scarpe, delle buffetterie e dei cuoiami in genere.
Un ufficiale e sei soldati vennero inoltre inviati a Berlino (1850) per imparare il taglio delle uniformi prussiane, sconosciuto il Italia.
Essi rimasero quasi due mesi presso il sarto Westphal, già fornitore di capi di vestiario per il duca e per molti ufficiali dell'esercito parmense (42).
Un discorso a parte merita il tema degli adattamenti e delle riassettature degli abiti militari: numerosi documenti rinvenuti attestano, per il Settecento, la pratica del riutilizzo dei materiali, sia mediante riparazioni delle parti lacere e mancanti, sia mediante il recupero delle parti ancora utilizzabili per trarne capi d'abbigliamento diversi dagli originali (43).
La pratica fu poi ampiamente ripresa nel corso dell'Ottocento, in particolare dall'esercito estense che, a seguito degli eventi insurrezionali del '48, si trovò nella necessità di dover ripristinare armamento ed abbigliamento andato distrutto o riutilizzato dagli insorti.
Furono così messe in atto tutte quelle misure volte a ridurre quanto più possibile la spesa, tanto che l'Azienda Militare dispose di utilizzare per confezionare le "giacchette" del Reggimento di Linea, quelle pezze di panno recuperabili dal disfacimento delle vecchie (44).
Quanto alle riparazioni vere e proprie ricordiamo che era pratica frequente, stante l'alto costo delle materie prime.
Nel 1742 la Segreteria di Guerra del ducato di Modena stabilì che le truppe dovevano essere passate in rassegna da appositi commissari, col compito di controllare la consistenza numerica dell'esercito e lo stato dei materiali in dotazione con particolare attenzione all'armamento ed al vestiario, "ordinandone ogni volta le ripparazioni occorrenti" (45).
3. CONTROLLO SUI MANUFATTI
All'atto della consegna dei manufatti commissionati, l'amministrazione militare istituiva dei controlli per verificare la rispondenza dei materiali alle condizioni poste nel contratto di fornitura: la "mostra" faceva testo in caso di contestazioni sulle stoffe e sugli abiti già confezionati.
Durante il Settecento, nei ducati di Modena e Parma, vennero istituiti dei commissari incaricati di controllare la qualità delle uniformi nel corso di apposite riviste.
Non di rado, tuttavia, gli stessi comandanti dei reggimenti avevano libertà di giudizio in merito alle forniture e, coadiuvati da appositi periti, decidevano se accettare o meno la consegna (46).
Accadeva che queste verifiche fossero fonte di più ampie polemiche tra fornitori ed esercito, polemiche sotto le quali si muovevano interessi economici di un qualche rilievo.
Si faceva pertanto ricorso a periti esterni, che avrebbero dovuto esprimere un giudizio al di sopra delle parti: tuttavia di frequente i periti manipolavano a proprio vantaggio le valutazioni tecniche (47).
Quanto alla prima metà dell'Ottocento è di particolare interesse la procedura messa in atto dall'amministrazione militare pontificia in tema di controllo sui manufatti.
Presso il Magazzino Camerale, ove erano stati opportunamente depositati i materiali da controllare, convenivano le persone incaricate delle verifiche, rappresentanti le parti in causa: il fornitore, i componenti del Corpo cui era destinata la fornitura, l'amministrazione militare, i periti.
Di seguito si stilava in triplice copia un "verbale di accettazione", su moduli prestampati, che veniva firmato da tutte le parti in causa e messo agli atti.
I rappresentanti incaricati del controllo dovevano verificare che il materiale fornito fosse conforme ai "campioni bollati", depositati al momento della stipula del contratto di fornitura ed allegati al contratto stesso (conservato presso un notaio camerale) (48).
Note:
(33) E così da un altro documento del 1781 si riporta che "gli Impresari della cuscitura del vestiario della soldatesca di Ferrara possano venire alla provvista de' necessari panni bianchi per le camisciole": in ASRoma, Soldatesche e Galere, b. 704.
(34) A tal proposito nella lettera 17 dicembre 1741, indirizzata al Conte Sabbatini, Colonnello del Reggimento Nazionale di Modena, si legge: "dia gli ordini opportuni o alli Impresari del Vestiario Sacerdoti, o ad altri che più le convenisse, acciò a Granatieri e bassi ufficiali [...] sia provvisto un fiocco da spalla". In ASMo, Archivio Militare Estense, b. 93.
(35) Tra la fine del 1765 e il gennaio 1766 l'amministrazione militare estense dovette provvedere la Guardia del Corpo di "braghini di pelle" e a tal fine fu inviato al distaccamento della Guardia di Milano il "sartore" della "Impresa del Vestiario", per "prendere le misure del Vestiario [...] e potrà in tale congiuntura travagliare li brachini, quallora la restrizione del tempo non obblighi di valersi di più manifattori in una volta". In ASMo, Archivio Militare Estense, b. 108 [M-1].
(36) ASMo, Archivio Militare Estense, b. 95, lettera del 17 aprile 1746.
(37) Significativi ed interessanti per gli usi dell'epoca in tema di sartoria alcuni documenti relativi alla ultimazione delle tuniche per i Granatieri estensi, di cui esisteva un distaccamento a Pavullo: "spedire a Pavullo un Sartore responsabile onde prenda individualmente la misura agli uomini della Compagnia Granatieri che sono colà distaccati". E continua "Piuttosto di far mettere le tuniche come dicano gli Artisti in prova, e quindi indossarli alli soldati per ultimarle a perfezione, si farebbe poi anche in tal caso necessario di fare il viaggio col sartore".. In ASMo, Archivio Militare Austro-Estense, b. 327.
(38) Tra i militari "dotati di abilità nei lavori da Sarto" e prontamente segnalati ad uso della sartoria, si sono trovati riferimenti relativi a due appartenenti alla "Compagnia dei Vetrani", ad un pioniere, tal Domenico Gherardini, ad alcuni artiglieri ed anche a famigliari dei militari, in particolar modo alle mogli. In ASMo, Archivio Militare Austro-estense, b. 329.
(39) La fabbrica rimase in attività sino agli ultimi giorni del ducato di Modena: a testimonianza resta il rapporto redatto il 17 giugno 1859 dal Tenente Colonnello Boccolari, che ipotizzava l'utilizzazione da parte del governo provvisorio delle stoffe giacenti nella "fabbrica dei panni per truppa", per la confezione delle uniformi ad uso dei battaglioni di volontari filopiemontesi. I suggerimenti del Boccolari non furono accolti e la fabbrica sospese definitivamente la sua attività. In ASMo, Governi Provvisori.
(40) ASPr, Raccolta Storica, mazzo 19, ricevuta del 12 marzo 1760.
(41) "Atteso che non son più che quattro lavoranti, e una donna a travagliarle ed in questa guisa non saranno terminate che alla fine del mese di Agosto", lamentava Joseph Motis, comandante del reggimento, già sollecitato dal Genocchi stesso ad intercedere direttamente presso il ministro Du Tillot sia perchè provvedesse di ordinare al Genocchi ad assumere altri sarti, sia perchè concedesse un finanziamento, "per essere un mese e più [i lavoranti] che non hanno avuto alcun denaro che per tal motivo non hanno perchè vivere, e poter pagare la pensione dove mangiano". ASPr, Raccolta Storica, mazzo 19, lettera del 20 luglio 1760.
(42) Cfr. M. ZANNONI, M. FIORENTINO, 1984, pp. 26 e 168. Inoltre dalla Prussia venivano acquistati direttamente le fregerie e i distintivi per gli ufficiali, dal momento che gli artigiani italiani non erano in grado di riprodurre esattamente tali articoli così diversi da quelli in uso allora nella penisola.
(43) Così si legge da un ordine del giorno estense del 1760: "comanda S.A.Ser.ma che tutto il vestiario vecchio s'impieghi nel formare li Corpetti o Gilets al Reggimento" (ASMo, Archivio Militare Estense, "Ordini e Capitoli", b. 222); o da un altro del 1757: "per l'accomodamento degli abiti [...] si prenderà il ripiego più facile per adattarli alla loro vita con quel minimo danno che è inseparabile ordinario, qualora si abbia da disfare, e impicciolirli" (ASMo, Archivio Militare Estense, b. 95).
(44) Analoga sorte toccò ai Dragoni d'Infanteria per i quali si propose "una giacchetta in durata di panno misto, e consimile a quella che indossano i Dragoni di Cavalleria, per confezionare la quale potrebbe l'Azienda Militare trarre profitto e servirsi a minorità di spesa, degli Uniformi che in Magazzeno, e che erano una volta in Servigio dei Cacciatori Militari Volontari". In ASMo, Archivio Militare Austro-Estense, b. 329. I tentativi di riutilizzo, per lo più a carattere temporaneo, avviati a quel tempo si ricavano da una lettera al Supremo Comando Militare estense: "Gli Abiti che si ritireranno dai Dragoni a piedi, dovranno ridursi e modellarsi per essere distribuiti ai Cacciatori. Quelli de Dragoni a Cavallo, e della Divisione Granatieri, appoggiando(?) e riducendo i primi, serviranno le Compagnie Fucilieri del Reggimento di Linea. Finalmente gli Abiti degli Artiglieri serviranno per i Pionnieri, facendovi quelle riduzioni che occorrono per uniformarli". In ASMo, Archivio Militare Estense, b. 329.
(45) ASMo, Archivio Militare Estense, b. 93.
(46) In un documento, datato 6 luglio 1766, si riferisce di una partita di uniformi, consegnata dall'impresario del vestiario estense, osservata attentamente nella qualità del panno, delle fodere, dei galloni, si dice "di aver ritrovato il tutto dell'ultima bontà e perfezione superiore anche a quella portata dai campioni". In ASMo, Archivio Militare Estense, b. 93.
(47) Accenniamo ad una complicata vicenda, verificatasi in Francia nel 1747, quando si trovavano qui acquartierati alcuni reparti estensi, tra i quali la Guardia del Corpo. Il mercante Armand, in qualità di perito, rilevava un "divario che vi era ritrovato nel vestiario sia di Fodere che di Gallone". Il comendante della Guardia, conte Munarini, non soddisfatto, si rivolse ad altri periti, che stilarono, al contrario, un giudizio del tutto positivo. Nella realtà, a quanto riporta il conte Munarini, Armand avrebbe denigrato la concorrenza per ottenere "l'intrapresa dell'intero vestiario". In ASMo, Archivio Militare Estense, b. 95.
(48) ASRoma, Notai Segretari e Cancellieri della Reverenda Camera Apostolica,. Notaio Filippo Apolloni, vol. 164. ASRoma, Ospizio Apostolico S. Michele, b. 1454-1455-1460.
FINE ARTICOLO
|